Alberto Tavazzi. Spedizione in Amazzonia

Spedizione in Amazzonia

Viaggio ed esplorazione
1952 - Viaggio in Amazzonia

Spedizione Italiana in Amazzonia

Dall'Atlantico al Pacifico risalendo il Rio delle Amazzoni

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Breve documentario che narra l’inizio del viaggio da Iquitos verso il Rio Pacaya.
ATTENZIONE: Il video contiene, verso la fine, immagini forti non adatte ad un pubblico sensibile.

Link documentario “Rio Pacaya” – Archivio Luce

Pietro Francesco Mele nel 1952 decide di realizzare una spedizione in Amazzonia in ricordo del nonno materno, Francesco Matarazzo, migrante italiano di successo in Sud America.

Partecipanti

Pietro Francesco Mele: esploratore e fotografo, capo della spedizione: aveva partecipato alla spedizione di Giuseppe Tucci nel Tibet centrale nel 1948, era fotografo corrispondente di Life, Picture Post e L’Illustrazione Italiana; anche in questa occasione Mele scatta fotografie e realizza documentari.

Enrico Meille: comandante di aviazione pluridecorato nella seconda guerra mondiale, campione aereo sportivo nel 1950, giornalista del Corriere della Sera, Corriere Padano e Il Giornale d’Italia. Meille pilota l’aereo di supporto alla spedizione e descrive la spedizione nei suoi articoli per Il Giornale d’Italia, che patrocinava la spedizione, L’Illustrazione Italiana, il Corriere Lombardo ed altri giornali specializzati.

Alberto Tavazzi: pittore con vasta esperienza cinematografica, come scenografo ed aiuto regista. Tavazzi memorizza nei suoi disegni i paesaggi e gli indigeni e realizza con Mele i documentari girati durante il viaggio. 

Disegno di Alberto Tavazzi

15 agosto 1952 – Il presidente dell’aeroclub di Rio de Janeiro Jose’ Joaquim R.A. Moniz De Arag tra Meille a sinistra e Tavazzi a destra davanti al veivolo “I-taly” sulla pista dell’aeroclub

Scopo

Scopo della spedizione era risalire il Rio delle Amazzoni per tutto il suo corso, utilizzando il fiume come una strada maestra per i diversi mezzi fluviali via via necessari nelle varie situazioni.

Dal fiume ci si sarebbe staccati di tanto in tanto per effettuare escursioni terrestri nell’interno, per  fermarsi nei punti più interessanti a raccogliere dati di ogni tipo, per catturare animali in via di estinzione, risolvere dubbi geografici e soprattutto documentare con fotografie e riprese cinematografiche a colori la vita della gente della foresta.

Per la spedizione era previsto l’utilizzo di un aereo da turismo, denominato “I-taly”, giunto via nave dall’Italia a Rio de Janeiro e pilotato da Meille, come collegamento tra le basi sul fiume e gli uomini all’interno o tra la spedizione e gli aeroporti.

Tratto Rio de Janeiro – Manaus

Il primo obiettivo è Manaus, capitale dell’Amazzonia brasiliana, punto di partenza della spedizione.

Per percorrere i quasi cinquemila chilometri che separano Manaus da Rio, a bordo dell’ “I-taly”, pilotato da Meille e con Tavazzi come accompagnatore, è stato necessario suddividere il percorso in varie tappe: Rio – San Salvador (con sosta tecnica a Caravelas), San Salvador – Teresina (con sosta a Petrolina), Teresina – Belem (con sosta a Sao Luis) e Belem – Manaus (con sosta a Santarem). Non si è trattato solo di un trasferimento ma di un viaggio vero e proprio, passando e sostando in luoghi che Meille ha poi descritto nei suoi articoli: il deserto causato dalla lunga siccità, sorvolato a lungo partendo da San Salvador volando in direzione nord-ovest; Teresina, tipica cittadina dell’entroterra e centro di scambio e rifornimenti, visitata proprio nel centenario della fondazione; Santarem, dove si respira una strana aria di casa forse per le vaste spiagge sabbiose dei fiumi o per il colore del fiume Tapaios; Belem, “porta” dell’Amazzonia, che non si affaccia sul Rio delle Amazzoni ma sul Parà, anche se si potrebbe dire che il Parà sia solo una delle bocche con cui il Rio delle Amazzoni sfocia nel mare, testa del ponte aereo tra il sudamerica ed il nordamerica e di arrivo delle varie linee dell’interno amazzonico nonchè grande porto.

Dalla rivista “L’Aquilone” del 27 dicembre 1952

Disegno di Alberto Tavazzi

“Viaggiare in Brasile vuol dire viaggiare attraverso il tempo, oltre che nello spazio”

A San Salvador, capitale dello stato di Bahia e la più antica città del Brasile, vengono accompagnati  dai loro ospiti in una anonima discoteca dover si ballavano balli modermi, europei e nordamericani, mentre loro avrebbero preferito assistere a balli negri facenti parte del “candomblè”.

Ma vengono invitati per puro caso a  una cerimonia autentica, dove sarà evocato lo spirito di Omulù, il dio che guarisce le malattie. La festa ha luogo in una casa, utilizzata contemporaneamente come tempio, in un quartiere di baracche a pochi chilometri da San Salvador.

Il padrone di casa, sacerdote della cerimonia, intona un motivo ripreso dall’”agogò” e dai tamburi; la musica diventa sempre più ossessionante, quattro ballerine danzano ed i partecipanti al rito battono le mani ed i piedi sul pavimento finché le ballerine, occhi chiusi, viso in estasi, una ad una cadono: lo spirito si e’ manifestato.

Manaus

Giunti a Manaus, punto di inizio ufficiale della spedizione, documentano forse per la prima volta a colori il fenomeno dell’incontro delle acque nere del Rio Negro e gialle del Solimoes, che formano il Rio delle Amazzoni, ma che scorrono dopo l’unione dei due fiumi per un lungo tratto senza mescolarsi. Raccolgono anche documentazione sulla vita e le abitudini dei “botos”, gli unici delfini di acqua dolce, che vanno a conoscere quasi al tramonto all’incontro delle acque, delfini rosa ma anche più piccoli e grigi, che sembrano venire a salutarli prima uno dopo l’altro e poi insieme, e che ogni volta emergono con uno scroscio che sembra un sospiro.

A Manaus vengono avvisati che non sono premesse “pesquitas”, cioè ricerche, di nessuna natura, anche se non erano nelle loro intenzioni, vengono però autorizzati a fare riprese cinematografiche e a far volare l’aereo fino ad Iquitos.

Meille, la cui impresa iniziale consisteva nell’attività aerea di appoggio e collegamento ai due compagni che avanzavano sul fiume, si concentra sulla attività sportiva della traversata del continente sudamericano da est ad ovest, mai intrapresa prima da un aereo da turismo.

Mele e Tavazzi, considerate la vastità del territorio, la discordanza tra le informazioni ricevute e quando riscontrato, la consapevolezza della rapida scomparsa degli usi e costumi delle tribù indigene, si focalizzano invece sulla raccolta di dati e documentazione cinematografica a colori sulla vita degli Indios.

Alberto Tavazzi

Alberto Tavazzi, Rio delle Amazzoni

Spedizione dagli indios Yaguas

Giunti ad Iquitos si decide di andare ad incontrare gli indios Yaguas, uomini dipinti di rosso con il gonnellino di rafia anche esso dipinto di rosso, che vanno a caccia con la cerbottana e usano il curaro per avvelenare le frecce. Gli Yaguas si trovano nella foresta a nord di Pebas, cittadina sul Rio delle Amazzoni a tre giorni di navigazione da Iquitos: per i tre giorni del viaggio vengono utilizzate le barche tipiche dei mercanti ambulanti, caricate di materiali e viveri per i componenti della spedizione e per i portatori.

Arrivati a Pebas, il primo problema è trovare chi li possa accompagnare e presentare agli Yaguas. E’ una lunga “catena”: la loro guida, don Pancho, li presenta a don Jaime, impresario della selva che vive ai margini della foresta e commercia con gli indios e che nella sua vasta abitazione, a metà tra una casa ed una capanna, li mette in contatto con Capo Balbino e la sua famiglia, indios Yaguas che acconsentono ad accompagnarli nel loro villaggio nella foresta.

Inizia così il lungo viaggio nella selva, partiti da un sentiero che corre dalla casa di don Jaime, prima attraverso campi coltivati e poi nella foresta, dove Capo Balbino si apre la strada a colpi di machete. Marciano in direzione nord lungo un ruscello che, dalla cartina a loro disposizione, dovrebbe essere la “quebrada” de Santa Thereza, ma bisogna dire che le loro cartine, le migliori disponibili, erano in scala un milione ed inoltre il percorso della “quebrada” era tratteggiato. Sono lunghi giorni faticosi, con la marcia regolata dalla luce del sole, l’attraversamento dei fiumi fatto su tronchi d’albero, in fila indiana, affondando nel fango. Il sudore scende fino agli stivali ma non ci si può scoprire perchè gli insetti penetrano dappertutto; e quelli che pungono e mordono sono i meno molesti perchè altri invece penetrano nella pelle e danno bruciori insopportabili o vi depongono le uova.  Talvolta bisogna gettarsi in acqua a spingere la barca, sperando di non fare brutti incontri, perchè oltre alle onnipresenti zanzare, le acque pullulano di “piragnas” e di “caneros”, che sono minuscoli pesci che si infilano nelle narici o nelle orecchie e sono impossibili da estrarre, di sanguisughe e così via fino agli alligatori lunghi anche più di quattro metri. La notte viene passata nell’amaca avvolti dalla zanzariera e con il tetto di foglie di palma per ripararsi dalla pioggia con il sonno interrotto dai rumori della foresta.

Finalmente si arriva a destinazione, nella capanna di Capo Balbino che con un largo gesto pronuncia le parole “Mi casa es su casa”.

I tre componenti la spedizione passano una settimana nella capanna di Capo Balbino, riprendendo gli indios, facendo il bagno in un ruscello vicino e senza pericoli, andando a trovare una famiglia a due ore di distanza.

Ma soprattutto facendo una visita, a cui Capo Balbino teneva molto, che comporta un viaggio di tre giorni, ma si rivelerà inaspettata e commovente: Capo Balbino li conduce da un uomo anziano e cieco, circondato dalla sua famiglia (la moglie, i tre figli con le rispettive nuore e tanti nipoti) che lo tratta con amore e rispetto.

Dopo un mese, salutano Capo Balbino, la moglie e i due figli, li ringraziano con la ricompensa che avevano chiesto, una pentola, e dopo un giorno di navigazione sulla barca di don Pancho rientrano ad Iquitos, che gli appare una metropoli e faro della civiltà

Spedizione dagli indios Cocamas

Ad Iquitos sentono parlare di uno strano pesce, il “paiche”, che vive esclusivamente in alcuni affluenti del Rio delle Amazzoni, può arrivare a duecento chili di peso, quasi tutti di pura polpa, è probabilmente ermafrodita ed anello di congiunzione tra pesci ed anfibi avendo sia le branchie che i polmoni.

Una visita al museo locale di storia naturale, che disponeva di un “paiche” impagliato, ed una chiacchierata con il capo del museo li convince ad andare a fare conoscenza con gli indios semicivilizzati Cocamas che lo pescano nella zona del Rio Pacaya.

Disegno di Alberto Tavazzi

Dalla Rivista “L’illustrazione Italiana” n.12 dicembre 1952

Per raggiungerli, bisogna risalire il Rio delle Amazzoni fino alla confluenza con il fiume Maragnon e poi risalire il fiume Ucayali per un totale di otto giorni di navigazione, ed imboccare il rio Pacaya che in realtà è lo sbocco principale di un insieme di laghi, laghetti, ruscelli; per l’ultima parte del viaggio è necessario lasciare il battello, non più adatto per le acque molto basse e proseguire in canoa o a piedi nella foresta.

La zona viene descritta come un paradiso terrestre: aironi, gabbiani di fiume, pappagalli, coccodrilli che prendono il sole sulla riva, distese di fiori acquatici. D’altra parte è una riserva dove non poteva entrare nessuno e dove il governo aveva il monopolio del commercio dei “paiche” (solo esemplari adulti), che gli venivano venduti dagli indios Pacaya.

Anche dal punto di vista geografico, sulla cartina l’imbocco del rio Pacaya non era segnato correttamente e, per quanto riguarda il corso del rio, esistevano solo alcune indicazione assai sommarie eseguite da qualche agente governativo passato per motivi di sorveglianza.

La spedizione assiste e registra, nel documentario “Rio Pacaya”, la caccia al “paiche” ed al coccodrillo, effettuate entrambe con molta abilità e strumenti semplici. Il “paiche” viene avvistato quando fuoriesce dall’acqua emettendo un rumore tipico, l’indio si dirige silenziosamente con la canoa dove ha previsto dovrebbe affiorare avendo visto la scia di bollicine che il pesce emette e scaglia il suo arpione, lo avvicina alla canoa e lo finisce con un colpo in testa.

Quando sono soddisfatti della loro pesca, li portano alla stazione governativa per la vendita al governo, che si occuperà della loro salatura e commercializzazione.

Il ruolo degli indios non è solo quello di cacciare i “paiche” ma anche di proteggerli, all’interno dei laghetti dove depongono le uova, con chiuse di canne o altri sistemi affinchè non scivolino via quando le acque risalgono fino al gran fiume e non siano raggiunti da pericolosi nemici.

La caccia ai coccodrilli invece avviene di notte, quando i coccodrilli stanno sulla riva, fra acqua e terra, con il muso nell’acqua. Gli indios illuminano la riva con un lume ad olio e poi, dopo aver spento la luce, localizzano i coccodrilli dal luccichio degli occhi.

A quel punto si immergono nell’acqua e si avvicinano al prescelto, in genere un animale di più di quattro metri, facendo uno strano schiocco con la lingua contro il palato al quale il coccodrillo risponde con cupi brontolii. L’indios scaglia la sua lancia e poi lega il coccodrillo ad un albero dove successivamente andrà per finirlo.

Ritorno a casa

Sono arrivati alla fine del viaggio, i tre protagonisti si ricongiungono prima del rientro in Italia, come si vede in questa foto apparsa su La Prensa di Lima.

Tutti i momenti della spedizione sono stati oggetto di articoli (di Meille), di disegni (di Tavazzi) e di filmati (di Mele e Tavazzi) che permettono di approfondire, con materiale assolutamente originale e “pionieristico”, i vari aspetti toccati dalla spedizione: naturalistico, geografico, etnografico, folcloristico ed anche avventuroso.

Dal giornale “La Prensa” di Lima del 18 ottobre 1952